Le parole nel lavoro clinico
Nel lavoro clinico, le parole non sono mai neutre. Non lo sono quando parliamo con le persone che incontriamo, e non lo sono nemmeno quando costruiamo strumenti, moduli e procedure che guidano il nostro lavoro quotidiano.
Uno degli strumenti più utilizzati in ambito psicologico è l’anamnesi. Un termine che diamo spesso per scontato, ma che porta con sé una storia precisa: è una parola di origine medica, che indica la raccolta sistematica delle informazioni sulla storia del paziente, con l’obiettivo di inquadrare un quadro clinico.
Nel tempo, questo termine è stato adottato anche nella pratica psicologica e psicoterapeutica, diventando parte del nostro linguaggio professionale. Ma fermarsi un attimo a riflettere su questa parola può aprire alcune domande importanti.
Quando parliamo di “anamnesi”, cosa stiamo comunicando, a noi stessi e alle persone che incontriamo?
Stiamo raccogliendo dati o stiamo ascoltando una storia?
Stiamo costruendo una valutazione o stiamo entrando in relazione?
Anamnesi o storia di vita?
Non si tratta di stabilire una parola “giusta” e una “sbagliata”. “Anamnesi” è un termine corretto, radicato nella tradizione clinica, utile in molti contesti. Allo stesso tempo, possiamo scegliere consapevolmente se continuare a utilizzarlo oppure se affiancarlo (o sostituirlo) con espressioni come “storia di vita”.
“Storia di vita” sposta leggermente il focus: da una raccolta di informazioni a una narrazione, da un processo tecnico a un incontro. Non cambia necessariamente ciò che facciamo, ma può cambiare il modo in cui lo pensiamo e lo abitiamo.
Questa riflessione diventa ancora più concreta quando guardiamo agli strumenti che utilizziamo.
Lo strumento come spazio di incontro
Nel file che alleghiamo a questo articolo trovate il modello di anamnesi che utilizziamo nella pratica clinica con adulti. Si tratta di uno strumento strutturato che guida l’esplorazione di diverse aree: dal motivo della richiesta ai sintomi, dagli obiettivi terapeutici alla storia familiare, fino alle risorse e ai valori della persona .
È, a tutti gli effetti, un dispositivo tecnico: organizza le informazioni, orienta il colloquio, aiuta la concettualizzazione del caso. Ma allo stesso tempo, se lo guardiamo da un’altra prospettiva, è anche una traccia per entrare nella complessità della storia di una persona.
Ogni spazio vuoto non è solo un dato da raccogliere, ma un racconto possibile.
Ogni sezione non è solo una categoria clinica, ma un pezzo di vita.
Per questo, quando condividiamo questo materiale, non vogliamo proporlo come un modello rigido o “giusto”, ma come uno strumento aperto, adattabile, trasformabile.
Lo abbiamo chiamato “anamnesi”, perché è un termine riconoscibile e condiviso. Ma vi invitiamo, se lo utilizzerete, a fermarvi un momento su questa scelta: come volete chiamarlo nel vostro contesto?
E, soprattutto, che tipo di incontro volete costruire attraverso questo strumento?
Perché, in fondo, anche da una parola può iniziare un modo diverso di lavorare.
Francesca Cavallini
