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Le paure dei tirocinanti TICE: ascoltarle per trasformarle in cultura

Quando si parla di sicurezza sul lavoro, soprattutto nei contesti educativi e psicologici, si rischia di pensare subito a procedure, regole, documenti e comportamenti corretti da seguire. Tutto questo è fondamentale. Ma gli elaborati dei tirocinanti TICE ci ricordano qualcosa di altrettanto importante: la sicurezza non è solo una questione tecnica. È anche una questione relazionale, emotiva ed etica.

Per questo a TICE scegliamo di ascoltare le paure di chi entra nei nostri contesti formativi e professionali. Non le consideriamo fragilità da nascondere, né ostacoli da superare in fretta. Le consideriamo materiale vivo: parole che ci aiutano a capire come le persone immaginano il proprio ruolo, il rapporto con bambini e ragazzi, il confronto con genitori e colleghi, la responsabilità di proteggere e il bisogno di sentirsi competenti senza perdere umanità.

Ascoltare queste paure significa farle entrare nella nostra cultura organizzativa. Significa costruire un ambiente in cui i dubbi possono essere nominati, le insicurezze possono diventare domande di apprendimento e la responsabilità non resta sulle spalle del singolo, ma diventa patrimonio condiviso.

La paura di non essere all’altezza

Una delle paure più presenti è quella di non essere abbastanza preparati, abbastanza competenti, abbastanza pronti.

C’è chi scrive:

⁠“Ho paura che l’emozione o il timore del giudizio possano farmi apparire meno preparata di quello che sono realmente.”

E ancora:

“Il timore di non possedere ancora tutte le competenze necessarie […] prende il sopravvento.”

Questa paura dice molto. Non parla di superficialità, ma del contrario: parla di investimento, desiderio di fare bene, rispetto per il contesto in cui si entra. Chi teme di non essere all’altezza spesso ha già compreso che il lavoro educativo e psicologico non può essere improvvisato.

A TICE questa paura viene ascoltata perché ci ricorda l’importanza di accompagnare l’ingresso nel ruolo, rendere chiari i passaggi, offrire supervisione e permettere a ciascuno di apprendere senza sentirsi solo.

Il giudizio degli altri

Accanto alla paura di non essere all’altezza emerge spesso la paura del giudizio. Il giudizio dei colleghi, dei genitori, dei professionisti più esperti. Ma anche il giudizio verso sé stessi.

Alcune frasi lo mostrano con chiarezza:

⁠“Ho paura di non riuscire ad esprimere le mie idee o di pensare troppo al giudizio degli altri.”

⁠“Ho paura che non mi ritengano adeguata e affidabile.”

⁠“Paura di essere considerato incompetente.”

“Ho paura di sfigurare, risultare impreparato e ‘indietro’.”

Il giudizio, in questi elaborati, non è vissuto solo come una valutazione tecnica. È qualcosa che tocca l’identità professionale: “Sarò riconosciuta?”, “Avrò diritto di parola?”, “Mi vedranno come una risorsa o come un peso?”.

Per questo il gruppo di lavoro diventa un luogo delicato: può essere uno spazio di crescita, ma anche uno spazio in cui ci si sente esposti. Far diventare questa paura parte della cultura TICE significa lavorare perché l’équipe sia un luogo in cui il confronto non coincide con la svalutazione, e in cui chiedere aiuto sia considerato un comportamento professionale.

Bambini e ragazzi: la paura di non capire, non aiutare, non proteggere

Molte paure riguardano il rapporto diretto con bambini, ragazzi e studenti. Non si tratta tanto di paura “dei bambini”, quanto della responsabilità di essere per loro una presenza utile, sicura e rispettosa.

Tra le frasi più significative:

⁠“Ho paura di non trovare subito il modo giusto per entrare in relazione con loro.”

⁠“Ho paura di non essere in grado di recepire i loro bisogni.”

⁠“Ho paura della loro imprevedibilità, ho paura di sbagliare i modi/i gesti e le parole.”

⁠“Paura di non comprendere studenti con disturbi della comunicazione o del linguaggio.”

⁠“Paura di non saper fronteggiare adeguatamente momenti di crisi aggressive.”

Qui la parola chiave è responsabilità. Chi lavora con minori sa che ogni gesto, ogni parola e ogni decisione possono avere un impatto. La paura nasce proprio dalla consapevolezza della vulnerabilità dell’altro.

A TICE vogliamo che questa consapevolezza diventi cultura: non una paura paralizzante, ma un’attenzione condivisa. Proteggere bambini e ragazzi significa formare adulti capaci di osservare, chiedere, fermarsi, confrontarsi e scegliere con cura.

Il confronto con i genitori

Un’altra area molto presente riguarda la relazione con i genitori. I genitori vengono percepiti come interlocutori importanti, ma anche complessi: possono giudicare, fraintendere, preoccuparsi, chiedere spiegazioni, portare rabbia o aspettative alte.

Negli elaborati compaiono frasi come:

⁠“La paura di non essere presa sul serio.”

⁠“Ho paura che […] vengano scambiati poi per mia incompetenza.”

⁠“Ho paura di non essere presa sul serio per la mia età.”

⁠“Temo di non riuscire sempre a utilizzare il linguaggio più appropriato.”

⁠“La paura […] è quella di non essere creduta.”

Questa area mette in evidenza un bisogno formativo preciso: imparare a comunicare con le famiglie in modo chiaro, rispettoso e professionale. Non basta “sapere le cose”; bisogna anche saperle dire, nei tempi giusti, con le parole giuste e mantenendo confini adeguati.

Il posto nell’équipe

Il rapporto con i colleghi è un altro tema ricorrente. Molti raccontano il timore di entrare in un gruppo già formato, di non sentirsi abbastanza esperti, di non essere valorizzati o di apparire poco affidabili.

Alcune frasi lo raccontano bene:

⁠“Di non riuscire ad integrarmi nel team.”

⁠“Mi preoccupa il fatto di non sentirmi abbastanza all’altezza o di fare fatica a inserirmi in un gruppo già formato.”

⁠“Ho spesso la sensazione di essere un passo indietro.”

⁠“Temo soprattutto di non trovare sempre uno spazio sereno di confronto.”

⁠“Paura di essere sottovalutata e non valorizzata nei miei contributi.”

L’équipe è desiderata come luogo di apprendimento, ma temuta come luogo di esposizione. Questo ci ricorda quanto sia importante costruire contesti di lavoro in cui il confronto non venga vissuto come una prova da superare, ma come una pratica quotidiana di crescita.

Nella cultura TICE, il gruppo non dovrebbe essere solo il luogo in cui si dimostra di essere capaci, ma anche il luogo in cui si impara a diventarlo.

Parole, gesti e confini: la paura etica

Dopo la lettura della Child Protection Policy (maggiori informazioni cliccando qui) emerge una paura molto specifica: sbagliare parole, gesti, contatto fisico, comunicazione non verbale, confini corporei ed emotivi.

Alcune frasi sono particolarmente potenti:

⁠“Preoccupazione di poter commettere errori soprattutto nel contesto di contatto fisico e comunicazione non-verbale.”

⁠“Ho paura di sbagliare le parole.”

⁠“Mi ha fatto pensare all’importanza nello scegliere le parole da dire quanto quelle da non dire.”

⁠“Tante volte ho agito, seppur in buona fede, senza pensare però al fatto che qualche bambino potesse sentirsi violato dalle mie decisioni.”

⁠“Un abbraccio non chiesto, un’attività eseguita sotto mia insistenza.”

Questa è forse una delle paure più preziose emerse dagli elaborati. Perché segna un passaggio fondamentale: dall’idea “io adulto so cosa è bene per te” all’idea “io adulto devo ascoltare anche come tu vivi ciò che sto facendo”.

La sicurezza passa anche da qui: dal consenso, dall’assenso, dall’attenzione ai segnali, dal rispetto dei confini e dalla capacità di non dare per scontato che una buona intenzione basti.

Far diventare questa paura parte della nostra cultura significa ricordarci che la tutela non vive solo nei documenti. Vive nelle micro-decisioni quotidiane: una parola scelta con cura, un gesto non dato per scontato, una domanda in più prima di agire.

Quando l’empatia pesa

Molti elaborati mostrano anche la paura del coinvolgimento emotivo. L’empatia è riconosciuta come risorsa, ma anche come possibile fatica.

Si legge:

⁠“La mia paura più grande […] riguarda il coinvolgimento emotivo.”

⁠“Temo a volte di non riuscire a mettere un filtro tra me e le difficoltà dei ragazzi.”

⁠“Ho paura di farmi carico dei loro problemi in modo eccessivo.”

⁠“Vorrei imparare a scindere meglio razionalità ed emotività.”

⁠“Tendo a investire una quantità massiccia di risorse emotive e cognitive.”

Queste frasi raccontano una tensione centrale nei lavori di cura: essere presenti senza assorbire tutto. Ascoltare senza confondersi. Accogliere senza sostituirsi. Restare umani senza bruciarsi.

Il confine professionale, allora, non è freddezza. È ciò che permette alla relazione di restare sicura anche per chi aiuta. Anche questa è cultura della sicurezza: proteggere i bambini e i ragazzi, ma anche proteggere gli adulti che se ne prendono cura, perché possano restare lucidi, presenti e sostenibili nel tempo.

Controllo, errore e bisogno di supervisione

Alcune paure riguardano la perdita di controllo: non riuscire a prevenire un pericolo, non saper gestire una situazione improvvisa, non rispettare scadenze, non padroneggiare strumenti tecnici, non riuscire a organizzarsi.

Frasi significative:

⁠“Paura di non riuscire a prevenire tutti i pericoli quando accadono […] comportamenti improvvisi.”

⁠“Paura di non riuscire sempre sola a fare le cose.”

⁠“Paura di sbagliare.”

⁠“Timore di non riuscire a rispettare scadenze e di non padroneggiare termini e strumenti tecnici.”

⁠“Non so organizzarmi e, spesso, per scongiurare la possibile inaffidabilità, mi strozzo di impegni.”

Queste paure indicano un bisogno chiaro: procedure comprensibili, ruoli definiti, possibilità di chiedere aiuto, supervisione e una cultura dell’errore non punitiva.

Nel lavoro educativo e psicologico l’errore va prevenuto, certo. Ma va anche pensato, nominato, analizzato. Solo così può diventare apprendimento. Una cultura organizzativa matura non è quella che finge che l’errore non esista, ma quella che crea condizioni perché l’errore sia meno probabile e, quando accade o viene temuto, possa essere discusso in modo responsabile.

L’intelligenza artificiale: tra strumento e minaccia

Le paure verso l’intelligenza artificiale aprono un capitolo a parte. L’IA viene vista come strumento utile, ma anche come possibile minaccia alla relazione umana, al pensiero critico e alla cura.

Un primo tema è la sostituzione della relazione:

⁠“La paura che la nostra presenza e il nostro lavoro […] possa essere sostituita da un meccanismo più veloce.”

⁠“Temo che possa indebolire la centralità della relazione terapeutica.”

⁠“L’AI manca di empatia, di intuizione clinica e della capacità di cogliere il non verbale.”

Un secondo tema riguarda il pensiero critico:

⁠“L’estinzione del pensiero critico, del problem solving e della capacità di ragionamento.”

⁠“Si rischia di fare un affidamento eccessivo su queste tecnologie.”

⁠“Potremmo finire per esercitare meno le nostre competenze cognitive.”

Un terzo tema riguarda la confusione tra reale e artificiale:

⁠“La paura di non saper più riconoscere ciò che è reale da ciò che è creato dall’intelligenza artificiale.”

Infine, emerge la paura della dipendenza tecnologica:

⁠“Idolatria tecnologica.”

⁠“Virtual specchio […] isolamento, ritiro, narcisismo.”

Nel complesso, l’IA non viene vissuta soltanto come una tecnologia. Diventa il simbolo di una domanda più ampia: cosa rende davvero umano il lavoro educativo e psicologico?

Le risposte sembrano chiare: la presenza, l’ascolto, l’intuizione, il corpo, il non verbale, la relazione, la responsabilità.

Anche queste paure entrano nella cultura TICE perché ci aiutano a mantenere una posizione critica: usare gli strumenti senza delegare loro ciò che appartiene alla relazione umana.

Cosa ci insegnano queste paure

Le paure dei tirocinanti TICE si possono raccogliere in quattro grandi nuclei.

Il primo è la responsabilità: paura di sbagliare con bambini, ragazzi, genitori, colleghi e procedure.

Il secondo è la legittimazione: paura di non essere presi sul serio, di essere troppo giovani, inesperti, non abbastanza competenti o non riconosciuti.

Il terzo è la report: paura di non creare fiducia, non comunicare bene, non capire i bisogni dell’altro o non mantenere confini adeguati.

Il quarto è il controllo: paura dell’imprevisto, dell’errore, della perdita di pensiero critico, dell’IA e della sostituzione della presenza umana.

Queste paure non sono un ostacolo alla formazione. Sono materiale formativo.

A TICE le ascoltiamo perché ci aiutano a costruire cultura: una cultura in cui la sicurezza non è solo adempimento, ma attenzione; non è solo procedura, ma relazione; non è solo protezione dai rischi, ma cura dei contesti in cui adulti, bambini e ragazzi possono sentirsi visti, rispettati e al sicuro.

In fondo, avere paura non significa non essere pronti. A volte significa aver capito quanto conta ciò che si sta per fare.

Francesca Cavallini

cavallini

Francesca Cavallini, psicologa, dottore di ricerca, fondatrice di Tice e donna neurodivergente racconta in questo blog come la psicologia e le scienze sociali abbiano cambiato il modo di considerare le persone neurodivergenti e fornirà alcuni spunti importanti nella relazione con persone neurodiverse. 

If you have any questions you can write to francesca.cavallini@centrotice.it