Perché contano (anche quando il bambino non parla)
Consenso e assenso: due cose diverse
The consenso è il sì legale e formale dato dalla famiglia o dal tutore. Significa che un adulto responsabile autorizza la partecipazione del bambino all’intervento. È necessario, ma riguarda gli adulti.
L’assenso, invece, riguarda il bambino. È il suo modo di dire “ok, ci sto”, e non deve essere per forza espresso a parole. L’assenso può manifestarsi come: restare nell’attività senza segnali di sofferenza orientarsi, guardare, collaborare accettare materiali, proposte, presenza dell’operatore scegliere di continuare dopo una pausa
E include sempre un elemento essenziale: 👉 il diritto di dire “no”, anche quando quel no passa attraverso il corpo, il comportamento, l’evitamento o l’opposizione.
Quando il bambino non parla, il comportamento è linguaggio
Con alcuni bambini il “no” non arriva come “non voglio”. Arriva sotto forma di fuga, pianto, rigidità, urla, spinta dei materiali, chiusura, agitazione improvvisa o comportamenti problema.
Qui sta un punto clinico ed etico fondamentale: non possiamo leggere questi segnali come capriccio o disobbedienza.
Molto spesso sono il modo più chiaro che il bambino ha per dire: “non ce la faccio” “non ho capito” “è troppo” “mi sento invaso” “non mi fido”. In questi momenti non siamo davanti a un ostacolo da superare, ma a un messaggio da ascoltare.
Assenso non significa compliance
Un bambino può essere compliant e allo stesso tempo non essere davvero d’accordo, soprattutto se:
- ha una storia di adulti che insistono
- è abituato a “fare per evitare”
- ha imparato che dire no non serve
- non possiede strumenti per comunicare stop o pausa
Per questo, in un intervento ABA-based, l’assenso non coincide con l’esecuzione. L’assenso ha più a che fare con:
- partecipazione in sicurezza
- possibilità di restare in contatto
- margine di scelta reale
- rispetto dei segnali del bambino
Se otteniamo performance ma perdiamo dignità e sicurezza, abbiamo perso la cosa più importante.
Il ritiro dell’assenso è un dato clinico
Ci sono momenti in cui il bambino “si sfila” dal percorso.
Per noi, questi momenti sono una bussola, non un fallimento.
Il ritiro dell’assenso può indicare che:
- le richieste sono troppo alte
- la sessione è troppo lunga
- il setting è troppo faticoso
- la relazione è ancora fragile
- il compito è poco comprensibile
- manca prevedibilità
- il corpo è già in sovraccarico
In quei momenti l’obiettivo non è “portarlo a termine”, ma chiedersi: cosa devo cambiare io per rendere possibile la partecipazione?
Come si protegge l’assenso nella pratica
Quando il bambino dice “no” (a modo suo), abbiamo molte possibilità cliniche. Spesso la differenza tra un intervento rispettoso e uno dannoso sta proprio qui.
- Cambiare l’ambiente: ridurre rumore e stimoli, limitare le persone presenti, rendere i tempi più prevedibili, usare materiali chiari e offrire pause o regolatori sensoriali.
- Ridurre davvero le richieste: meno prove, compiti più brevi, obiettivi micro e alternanza più frequente con attività preferite.
- Rendere il compito comprensibile: mostrare prima, fare insieme una volta, usare supporti visivi o CAA, mantenere routine stabili di inizio e fine.
- Abbassare l’invasività: evitare contatto fisico non gradito, rispettare lo spazio personale, usare prompt meno intrusivi e modalità più naturali quando possibile.
- Aumentare scelta e controllo: la scelta è una terapia in sé.
Per alcuni bambini è l’unico modo possibile di dire sì: “questo o questo?”, “prima o dopo?”, “ancora uno o pausa?”, “qui o lì?”, “con me o con lei?”
Insegnare lo “stop” è protezione
Con bambini non verbali o con comunicazione ridotta è fondamentale costruire modalità alternative per dire: stop, pausa, basta, cambia, ancora. Attraverso simboli, gesti, oggetti, pulsanti vocali o segnali condivisi.
Queste competenze vanno rinforzate perché proteggono il bambino: quando può dire stop, non ha bisogno di urlare, scappare o distruggere. Non è una rinuncia all’autorità. È dignità.
Conclusione
Il consenso autorizza il trattamento. L’assenso rende il trattamento possibile e umano.
Quando l’assenso manca, non dobbiamo diventare più duri, ma più capaci di leggere, adattare, costruire fiducia e rendere il percorso sostenibile.
Perché l’intervento non è una prova di resistenza. È un lavoro di accompagnamento.
E anche quando la comunicazione è minima, una cosa resta vera: ogni bambino ha un modo per dire sì e un modo per dire no. Il nostro lavoro è imparare a riconoscerli.
Francesca Cavallini, psicologa, dottore di ricerca, fondatrice di Tice e donna neurodivergente racconta in questo blog come la psicologia e le scienze sociali abbiano cambiato il modo di considerare le persone neurodivergenti e fornirà alcuni spunti importanti nella relazione con persone neurodiverse.
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