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La stanchezza di essere guardati

La stanchezza che non si vede

Ci sono forme di stanchezza che non hanno niente a che fare con il corpo.
La stanchezza di essere fissati. Di dover rassicurare gli altri. Di sentirsi osservati come un simbolo, una tragedia o una lezione motivazionale invece che come una persona.

Uno studio pubblicato su Disability and Health Journal ha raccolto le esperienze di persone che utilizzano una carrozzina, esplorando il rapporto tra stigma sociale e depressione.

E leggendo le testimonianze emerge una cosa molto precisa: il problema, spesso, non è la carrozzina. È il modo in cui la società reagisce alla sua presenza.

Il peso dello sguardo degli altri

Molti partecipanti raccontano esperienze che, prese singolarmente, potrebbero sembrare “piccole”.
Uno sguardo insistente. Una domanda invadente. Il tono infantilizzante di chi parla lentamente senza motivo. Le persone che si rivolgono al caregiver ignorando completamente chi hanno davanti. Ma quando queste cose accadono ogni giorno, smettono di essere episodi isolati. Diventano un clima.

Una delle persone coinvolte nello studio racconta: “Le persone mi trattano come se avessi disperatamente bisogno di aiuto.”

Un’altra dice: “Vedono un giovane uomo senza gambe in carrozzina e provano subito pietà. Lo odio.”

Non è solo fastidio, ma qualcosa di più sottile. È la sensazione di essere continuamente trasformati in un oggetto emotivo per gli altri: qualcosa da compatire, da evitare, da “ammirare” perché esiste. Come se una persona disabile non potesse semplicemente vivere e dovesse sempre rappresentare qualcosa.

Il disagio degli altri davanti alla disabilità

Nel lavoro emerge molto anche il disagio sociale, quel tipo di tensione che compare quando qualcuno non sa come comportarsi davanti alla disabilità e finisce per rendere tutto artificiale.

Alcuni partecipanti parlano di persone che:

  • fissano la carrozzina invece di guardarli negli occhi;
  • fanno domande intime appena conosciuti;
  • parlano con la “vocina da bambino”;
  • assumono automaticamente che abbiano difficoltà cognitive.

C’è una frase che colpisce particolarmente: “Le persone non sanno come interagire con me.”

Ed è interessante perché mostra quanto la disabilità venga ancora percepita come qualcosa di estraneo, distante, quasi destabilizzante. Nonostante sia parte normalissima dell’esperienza umana.

Invisibili, anche quando tutti ti guardano

Forse la parte più dura dello studio riguarda il tema dell’invisibilità.

Che sembra un paradosso: come si può essere invisibili quando tutti ti fissano?

Eppure succede esattamente questo.

Molte persone raccontano che, pur essendo costantemente osservate, smettono di essere considerate davvero presenti. Le persone parlano sopra di loro, decidono per loro, si rivolgono ad altri anche quando la domanda riguarda direttamente loro.

Una partecipante racconta: “Se c’è qualcuno con me, parlano con quella persona invece che con me.” Un’altra: “Presumono automaticamente che io sia incompetente.”

La carrozzina, in questi casi, diventa qualcosa che sovrasta l’identità della persona. Gli altri non vedono più una personalità, un carattere, un ruolo sociale. Vedono “la disabilità”.

La depressione non nasce nel vuoto

Lo studio evidenzia anche un’associazione tra stigma sociale e sintomi depressivi e forse questo dovrebbe portarci a ripensare il modo in cui parliamo di salute mentale e disabilità.

Perché troppo spesso la depressione viene raccontata come una conseguenza “naturale” della condizione fisica, come se il problema fosse automaticamente il corpo disabile.

Ma vivere in una società che:

  • ti infantilizza;
  • ti esclude;
  • ti rende invisibile;
  • ti costringe continuamente a giustificare la tua presenza;

ha inevitabilmente un impatto psicologico.

Il punto non è negare le difficoltà legate alla disabilità.
Il punto è smettere di fingere che la società non abbia alcun ruolo nel crearle o amplificarle.

Non serve compassione, serve spazio

Una delle cose più forti che emerge dallo studio è che molte persone non chiedono eroismo, pietà o trattamenti speciali.

Chiedono qualcosa di molto più semplice: un mondo in cui poter esistere senza essere trasformati continuamente in un problema, una tragedia o un’eccezione.

Un mondo dove accessibilità, ascolto e rispetto non siano concessioni gentili, ma cose normali.

Perché il vero peso, spesso, non è la carrozzina.
È tutto quello che la società decide di caricarci sopra.

Francesca Arena

La stanchezza di essere guardati - Centro Tice

Mi chiamo Francesca Arena.
Ho conseguito la laurea triennale presso l’Università di Pisa in Scienze e Tecniche di Psicologia Clinica e della Salute. Attualmente frequento l’ultimo anno della laurea magistrale in Psicologia dell’Intervento Clinico e Sociale presso l’Università di Parma.

Sono in sedia a rotelle e proprio questa mia esperienza personale mi ha portata a scegliere questo percorso di studi. Il mio obiettivo è dare voce, rappresentanza e advocacy alle psicologhe e agli psicologi con disabilità motorie, affinché possano avere maggiore riconoscimento, accessibilità e pari opportunità all’interno della professione.