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Parlare di privilegio a scuola è possibile. E necessario.

La favola per parlare dei privilegi

Abbiamo creato una favola da usare in classe per affrontare il tema del privilegio partendo da ciò che i bambini conoscono meglio: le emozioni.

La storia nasce da una scena quotidiana (il cerchio del lunedì, i racconti del weekend) e prova a dare parole a quel nodo in gola che può arrivare quando ascoltiamo esperienze belle che non sono state anche le nostre.

Non per colpevolizzare, ma per imparare a: 

  • 🤍 raccontare con gentilezza
  • 👂 ascoltare senza giudicare
  • 🗣️ dire “ci sarei voluto/a andare anche io”

Crediamo che la scuola possa essere uno spazio sicuro dove nominare le differenze, riconoscere i privilegi e tenere insieme tutte le voci.

Perché il cerchio della classe sia davvero abbastanza grande per tuttə. 💫 

La favola di Amina, Lucia e il nodo in gola

C’era una volta Amina, una bambina dalla pelle scura come la terra dopo la pioggia, alta, elegante senza saperlo. Era nata in Italia, ma la sua storia era cominciata molto prima, in un viaggio lungo e silenzioso che la sua famiglia aveva fatto anni prima, attraversando confini e speranze.

Amina frequentava la scuola del Platano, una scuola rumorosa e viva, dove le voci rimbalzavano contro i muri e le scarpe lasciavano tracce di corse nei corridoi.
Lì, i bambini imparavano le tabelline, si prendevano in giro, si abbracciavano dopo i litigi. Erano tutti diversi, eppure incredibilmente uguali quando ridevano.

Ma c’era un momento, ogni settimana, che faceva tremare qualcosa dentro.

Il lunedì mattina.

Il lunedì si faceva l’assemblea: tutti seduti in cerchio, uno alla volta, a raccontare il weekend. Un rito semplice, apparentemente innocuo.
Eppure, proprio lì, Amina sentiva arrivare quel nodo.
Un nodo in gola, duro, improvviso. Come se una parola troppo grande fosse rimasta incastrata.

Quel nodo lo sentiva anche Lucia.

Lucia era una bambina italiana, bianca, sempre in movimento, con le idee che correvano più veloci dei piedi. Quel lunedì raccontò di essere stata in montagna: la neve che scricchiolava sotto gli scarponi, le guance rosse, le risate con il fratello e con Marco, un compagno di classe.

Mentre parlava, i suoi occhi brillavano.

Amina, invece, era rimasta a casa.
Aveva guardato il telefono senza sapere bene cosa cercasse. Aveva giocato con le sorelle, aveva riso, sì. Non era stato un weekend triste.
Ma ascoltando Lucia, qualcosa dentro di lei si stringeva.

Non era invidia pura.
Non era rabbia vera.
Era desiderio che faceva male.

Amina non era arrabbiata con Lucia perché Lucia fosse cattiva.
Era arrabbiata perché lei non c’era stata.
Perché una parte di lei avrebbe voluto essere scelta sempre, portata ovunque, inclusa in ogni cosa bella.

Quando quel dolore diventava troppo forte, Amina si proteggeva come poteva: stringeva alleanze, cambiava amicizie, decideva che Lucia non le importava più.
Era il suo modo di non sentire quel nodo.

Lucia, dall’altra parte, sentiva qualcosa di strano crescere nello stomaco.
Un senso di colpa sottile.
A volte pensava: “Forse è meglio non raccontarlo”.
Come se la felicità potesse far male agli altri se detta troppo forte.

Un giorno, però, una maestra interruppe il cerchio con una voce calma ma ferma, di quelle che fanno silenzio senza urlare.

Spiegò che ci sono cose che non tutti hanno allo stesso modo.
Che si chiamano privilegi.
E che non sono una colpa, se li si riconosce.
Ma diventano pesanti se non se ne parla con cura.

Poi guardò Amina e disse una frase che restò sospesa nell’aria:

“Quando ascoltiamo qualcuno che racconta un privilegio, può venirci un nodo in gola. È normale. Ma quel nodo si scioglie se trova una voce.”

E fece un esempio semplice, potentissimo:

“Ci sarei voluta andare anche io.”

Amina ci pensò a lungo.

Il lunedì dopo, mentre Lucia parlava di un pomeriggio speciale, il nodo tornò.
Era lì. Presente.
Ma invece di stringerlo dentro, Amina respirò e disse piano:
“Anch’io avrei voluto esserci.”

E successe una cosa nuova.

Il nodo non sparì, ma diventò più piccolo.
Gestibile.
Umano.

Lucia la guardò, e capì.
Capì che raccontare non significa ferire.
E che ascoltare non significa restare soli.

Capirono entrambe che l’amicizia non è camminare sempre sulla stessa strada,
ma continuare a riconoscersi, anche quando i sentieri sono diversi.

E così, alla scuola del Platano,
il cerchio del lunedì non cambiò forma.

Ma diventò più profondo.
Abbastanza profondo da tenere dentro tutti i nodi.
E tutte le voci