Il bambino ha diritto di scegliere (anche di dire no)
Quando un bambino inizia un percorso con noi, spesso il primo pensiero degli adulti è: “Finalmente lo aiutiamo.” Ed è vero.
L’intervento psico-educativo nasce proprio per sostenere alcune abilità che possono essere faticose e rendere la vita più semplice. Ma per noi, a Tice, c’è una cosa che viene prima di qualsiasi obiettivo: il bambino deve sapere che può scegliere.
Scegliere di iniziare. Scegliere di fermarsi. Scegliere di dire “no”. Perché un intervento non è un dovere. È una proposta. E diventa davvero utile solo quando il bambino può partecipare in modo reale.
Consenso e assenso: due livelli diversi (entrambi fondamentali)
Nel lavoro con i minori ci muoviamo sempre su due piani distinti.
Il consenso
Il consenso riguarda gli adulti responsabili: genitori o tutori. Significa che la famiglia comprende cosa proponiamo e lo autorizza. È necessario. Ed è importante.
L’assenso
L’assenso riguarda invece il bambino. È il suo modo di dire: “Ok, ci sto.” Può essere espresso in molti modi: con le parole, con il comportamento, con la disponibilità a restare, a provare, a riprovare. Nell’intervento psico-educativo l’assenso non è un dettaglio: è la base.
Se un bambino vive il percorso come qualcosa che subisce, ciò che facciamo rischia di diventare faticoso, inutile o, nei casi peggiori, doloroso.
Intervento psico-educativo non significa “devi diventare diverso”
C’è un’idea molto diffusa: fare un percorso significhi “aggiustare” qualcosa che non va. Noi non la vediamo così.
Per noi l’intervento psico-educativo è questo: ti accompagniamo ad allenare alcune abilità che possono servirti, e allo stesso tempo cerchiamo con te strategie, alternative e modi personali per stare meglio nella tua vita.
Allenarsi non significa essere sbagliati. E non significa dover diventare “come gli altri”.
Significa provare a rendere alcune cose meno faticose.
Cosa possiamo fare in un percorso psico-educativo?
- Potenziamento: lettura, scrittura, calcolo
A volte proponiamo un allenamento su abilità scolastiche, per esempio: leggere con più fluidità o velocità scrivere con meno fatica affrontare i calcoli con più sicurezza Lo facciamo perché può essere utile: alleggerire i compiti, ridurre lo stress, aumentare il senso di libertà. Ma diciamo sempre una cosa molto chiara: non è indispensabile. Leggere più veloce non è una condizione per avere valore. È solo una possibilità: se aiuta, bene. Se non aiuta, cerchiamo altro.
- Abilità richieste a scuola
Ci sono competenze che a scuola vengono richieste ogni giorno, come: stare seduti per un po’ aspettare il turno chiedere permesso alzare la mano iniziare un compito e portarlo avanti per un pezzetto Lavorarci può rendere la scuola più vivibile. Ma per noi è fondamentale non trasformare questo lavoro in un messaggio implicito del tipo: “devi imparare a fare come gli altri.” Noi lo diciamo così al bambino: “Se per te è difficile, va bene. Possiamo allenarci… oppure trovare un modo tuo.” Perché l’obiettivo non è l’omologazione. È il benessere.
- Pensieri ed emozioni
Non facciamo solo esercizi. A volte lavoriamo anche sul mondo interno: domande, disegni, esempi, giochi narrativi. Perché “vedere” i propri pensieri può aiutare a: esprimersi meglio riconoscere bisogni ed emozioni aumentare la consapevolezza trovare parole per raccontare ciò che succede dentro Per alcuni bambini è la prima volta che qualcuno dice: “Ok. Proviamo a capirlo insieme.”
- Attività non sempre divertenti
Un percorso può includere anche movimento, disegno, compiti, esercizi ripetitivi, attività che richiedono concentrazione. E non sempre sono divertenti. A volte sono noiose. A volte sono difficili. Ed è proprio qui che l’assenso diventa ancora più importante.
Il bambino ha diritto di dire “NO” (e noi dobbiamo ascoltarlo)
Il bambino può sempre dire:
- “Stop”
- “Pausa”
- “Sono stanco”
- “Non mi va”
- “Non voglio rispondere”
- “Lo facciamo dopo?”
Non è una frase di cortesia. È un diritto reale. Perché imparare a dire no è una competenza fondamentale. E perché un bambino che non può dire no è un bambino che non è protetto.
Quando un bambino rifiuta o si blocca, la domanda non è: “Come faccio a farlo continuare?” La domanda diventa: “Cosa devo cambiare io?”
Un ritiro dell’assenso non è un fallimento del bambino. È un’informazione preziosa su come stiamo lavorando.
Riservatezza concordata: cosa condividiamo con i genitori?
Il bambino deve sapere che:
- ciò che racconta è importante
- viene trattato con rispetto
- non viene condiviso senza controllo
Nel nostro lavoro: condividiamo con i genitori ciò che è utile e soprattutto ciò che abbiamo concordato con il bambino lo prepariamo prima: “questa cosa la possiamo dire?” “come la diciamo?” Questo crea fiducia. E la fiducia è uno strumento clinico potentissimo. Unica eccezione: situazioni di rischio serio per la sua sicurezza o quella di altri.
La vera domanda: questo percorso ti serve?
Ogni intervento dovrebbe tornare sempre qui:
ti sta aiutando davvero?
Ti rende la vita più semplice?
Ti fa sentire più capace, più libero, più compreso?
Se la risposta è no, non dobbiamo insistere di più.
Dobbiamo cambiare strada.
Perché un intervento efficace non è quello che ottiene prestazioni.
È quello che sostiene la persona.
In sintesi: assenso = dignità + efficacia
A Tice crediamo che un intervento funzioni quando il bambino sente:
“Capisco cosa stiamo facendo.”
“Posso fermarmi.”
“Posso trovare un modo mio.”
Questo è assenso.
Ed è il motivo per cui non lo trattiamo mai come un dettaglio.
Il bambino non è un programma. Non è un obiettivo. Non è una performance. È una persona. E il nostro lavoro, prima di tutto, è rispettarla.
Francesca Cavallini, psicologa, dottore di ricerca, fondatrice di Tice e donna neurodivergente racconta in questo blog come la psicologia e le scienze sociali abbiano cambiato il modo di considerare le persone neurodivergenti e fornirà alcuni spunti importanti nella relazione con persone neurodiverse.
Se hai delle domande puoi scrivere a francesca.cavallini@centrotice.it
