Scriviamo questo articolo a partire da una domanda che attraversa tutta la pratica clinica con i bambini e che spesso resta sullo sfondo, data per scontata:
“Come si costruisce una valutazione psicologica davvero rispettosa del consenso e utile per un minore?
Nella formazione si parla molto di strumenti, test, diagnosi e restituzioni, ma molto meno di ciò che rende una valutazione clinicamente sensata prima ancora che tecnicamente corretta: il modo in cui il bambino viene coinvolto, informato e messo nelle condizioni di partecipare.
Per noi, a Tice, la valutazione non è mai solo “somministrare prove”. È un percorso clinico vero, che comincia molto prima del primo test e continua ben oltre l’ultima tabella.
È un modo per dire al bambino:
“Ti vedo. Proviamo a capirti meglio.”
E c’è un punto che per noi non è negoziabile:
il minore non è un oggetto della valutazione. È un soggetto. È una persona!
Consenso e partecipazione: il cuore, non la burocrazia
Quando si parla di consenso, spesso l’immagine immediata è quella di un foglio firmato e archiviato.
Noi intendiamo qualcosa di molto diverso. Per noi il consenso è una cosa viva. È relazione.
Significa mettere il bambino nella condizione di capire, con parole adatte alla sua età, cosa stiamo facendo e perché.
E significa, ancora di più, garantire che possa partecipare davvero.
Partecipare vuol dire:
- sapere cosa succederà
- poter fare domande
- poter dire quando è stanco
- poter chiedere una pausa
- poter dire: “questa cosa non la voglio fare”
Ma vuol dire anche sentire che la propria voce conta.
Non solo perché “è giusto”, ma perché è clinicamente necessario.
Una valutazione diventa davvero utile quando il bambino si sente sufficientemente al sicuro da mettersi in gioco.
E questo succede molto più facilmente se percepisce di avere margine di scelta, e non di essere trascinato dentro qualcosa che gli accade addosso.
Non è solo etica: è efficacia clinica
Nel nostro lavoro, consenso e partecipazione del minore non sono solo una posizione etica o un’attenzione educativa. Sono un fattore che cambia radicalmente la qualità della valutazione.
Un bambino che sente di non avere potere spesso:
- si chiude
- oppone resistenza
- prova vergogna
- si sente giudicato
- si stanca prima
- fa “di tutto” pur di finire
In questi casi, quello che raccogliamo non è il suo reale funzionamento, ma una reazione al contesto. Al contrario, quando un bambino sente che può fidarsi, che non verrà “valutato” come a scuola, che non esistono voti e che non deve dimostrare niente… allora sì che possiamo vedere qualcosa di vero.
Possiamo raccogliere informazioni più accurate, più ricche e più utili per lui e per gli adulti che lo accompagnano.
La valutazione come “fotografia” (non come giudizio)
Quando parliamo con i pazienti più piccoli usiamo sempre questa metafora… fare una valutazione è come provare a scattare una fotografia della mente.
Non una fotografia per trovare “cosa non va”.
Ma una fotografia per capire.
E quando diciamo come funziona intendiamo molte dimensioni diverse:
- come il bambino sente le sensazioni (suoni, tatto, cibo…)
- come pensa (compresi i pensieri difficili o “appiccicosi”)
- come impara (e cosa rende l’apprendimento più facile o più complesso)
come si comporta (movimento, regolazione, impulsi…) - come sta con gli altri (relazioni, amicizie, comunicazione, fatica sociale)
Costruire un profilo significa provare a dare una spiegazione: “Ecco perché alcune cose per te sono difficili.”
E insieme trasmettere un messaggio potente:
“Non sei solo. Ci sono altre persone come te.”
A chi serve davvero un profilo psicologico?
Spesso sono i genitori a chiedere una valutazione, perché vogliono capire meglio e aiutare il proprio figlio.
Ed è comprensibile: quando un bambino sta male o fa fatica, anche gli adulti stanno male.
Ma noi vogliamo dire una cosa con molta chiarezza, anche agli operatori:
il profilo non dovrebbe servire solo agli adulti.
Un buon profilo serve anche, e soprattutto, al bambino.
Serve per:
- capirsi
- trovare parole giuste per raccontarsi
- ridurre vergogna e senso di “essere sbagliato”
- imparare a chiedere aiuto
- costruire strategie e accomodamenti utili (a casa, a scuola, con gli altri)
E, quando serve, può anche aiutare a usare etichette diagnostiche in modo sano: non come definizioni, ma come strumenti per orientarsi e ottenere supporti.
In conclusione
Questi articoli sono una guida (pratica) per fare valutazioni “con” il minore
Ecco perché abbiamo deciso di scrivere questo blog.
Perché chi si forma oggi ha bisogno di imparare una cosa che nei manuali c’è poco:
Non si fa una valutazione SU un bambino. Si fa una valutazione CON un bambino.
Nei prossimi articoli parleremo di strumenti e tecniche, certo: test, colloqui, osservazioni, setting, restituzioni.
Ma lo faremo mantenendo sempre il centro del nostro lavoro:
👉 rispetto, chiarezza, consenso, partecipazione.
Perché senza queste cose possiamo anche somministrare tutti i test del mondo…
ma rischiamo di perdere la cosa più importante: la persona.
Francesca Cavallini, psicologa, dottore di ricerca, fondatrice di Tice e donna neurodivergente racconta in questo blog come la psicologia e le scienze sociali abbiano cambiato il modo di considerare le persone neurodivergenti e fornirà alcuni spunti importanti nella relazione con persone neurodiverse.
Se hai delle domande puoi scrivere a francesca.cavallini@centrotice.it
