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Le paure di chi si prende cura: quando il dubbio diventa una risorsa professionale

Sono Francesca Cavallini, RSPP (Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione) e mi occupo di sicurezza a Tice. Per me la sicurezza non è soltanto fisica, pur essendo fondamentale, ma è anche e soprattutto mentale.

Come responsabile per la sicurezza di Tice, credo che la sicurezza non riguardi solo gli spazi e le procedure, ma anche il benessere emotivo e professionale di chi lavora con noi.
Per questo, ogni volta che accogliamo nuovi tirocinanti, chiediamo loro quali sono le paure che sentono all’inizio del percorso. Non è un semplice esercizio: è un invito a fermarsi, ascoltarsi e condividere.

Siamo convinti che fare comunità e dare voce alle proprie fragilità aiuti a costruire un ambiente di lavoro dove non è necessario essere infallibili. La psicologia clinica, infatti, è un’attività che si svolge in comunità e per le comunità: solo condividendo dubbi, timori e pensieri possiamo diventare professionisti più consapevoli e pronti ad affrontare la complessità del lavoro clinico.

Questa raccolta di riflessioni dei tirocinanti nasce proprio con questo spirito: mettere in comune le paure per trasformarle in occasione di crescita, sostegno reciproco e responsabilità condivisa.

La responsabilità verso i bambini

Una delle paure più frequenti riguarda la sicurezza fisica dei bambini. Chi lavora con loro sa quanto sia importante prevenire incidenti, ma convive anche con il timore che possa accadere qualcosa di imprevisto: una caduta, uno scontro, un momento di disattenzione. A questo si aggiunge la preoccupazione legata ai comportamenti imprevedibili. Alcuni professionisti raccontano il timore che un bambino possa reagire in modo aggressivo, mettendo a rischio sé stesso o gli altri. In queste situazioni emerge il desiderio di proteggere, contenere e intervenire nel modo più adeguato possibile. Non meno importante è il tema del ruolo educativo. Molti si interrogano sulla propria capacità di essere un punto di riferimento positivo. Chi ha vissuto difficoltà scolastiche o presenta caratteristiche neurodivergenti può sentirsi insicuro nell’insegnare alcune competenze o nel sostenere i percorsi di apprendimento dei bambini. Dietro queste preoccupazioni si nasconde una domanda comune: “Sarò davvero all’altezza del mio ruolo?”.

Il rapporto con le famiglie

La relazione con i genitori rappresenta un’altra importante fonte di responsabilità emotiva. Molti professionisti raccontano il timore del giudizio, la paura di non soddisfare le aspettative delle famiglie o di dover comunicare situazioni delicate senza essere percepiti come competenti e affidabili. Talvolta sono proprio gli “sguardi delusi” o la preoccupazione di non trovare le parole giuste a generare maggiore ansia. A questo si aggiunge il senso di responsabilità derivante dalla fiducia che i genitori ripongono nei professionisti. Quando una famiglia affida il proprio figlio a un educatore o a uno psicologo, affida anche ciò che ha di più prezioso. Sentire il peso di questa fiducia è naturale e spesso accompagna soprattutto chi è agli inizi del proprio percorso professionale.
La crescita professionale e il timore di non sapere abbastanza
Molte paure riguardano il percorso di formazione e sviluppo professionale. È frequente sentirsi inesperti, avere il timore di non possedere competenze sufficienti o di commettere errori. Domande come “Sto facendo la cosa giusta?” oppure “Avrei dovuto gestire questa situazione diversamente?” accompagnano spesso chi lavora nelle professioni educative e psicologiche. Chi è ancora in formazione può percepire una distanza dai colleghi più esperti e vivere il confronto come una conferma delle proprie mancanze. Anche aspetti più tecnici, come il rispetto delle scadenze, la scrittura di elaborati o la conoscenza delle norme deontologiche, possono diventare fonte di preoccupazione. Accanto a tutto questo emerge anche la paura del giudizio dei colleghi: il timore di mostrarsi vulnerabili, di fare domande considerate banali o di non meritare il proprio posto all’interno del gruppo di lavoro.

Le paure più profonde: identità e autostima

Alcune insicurezze affondano le radici nella storia personale. Esperienze scolastiche difficili, vissuti di inadeguatezza o caratteristiche neurodivergenti possono riattivare il timore di non essere abbastanza capaci o preparati. Talvolta nasce la convinzione di dover nascondere le proprie fragilità per non gravare sugli altri o per apparire più sicuri di quanto ci si senta realmente. Un’altra paura molto presente riguarda la possibilità di non riuscire a essere un punto di riferimento per bambini e famiglie: non riuscire a trasmettere fiducia, offrire sostegno emotivo o accompagnare efficacemente i percorsi di crescita.

Dalla paura alla condivisione

Eppure, accanto a queste paure emerge un elemento altrettanto forte: la volontà di imparare. Nel confronto con i colleghi, nella supervisione e nell’esperienza quotidiana, molti professionisti scoprono che il dubbio non è un ostacolo, ma una parte naturale del percorso. Riconoscere le proprie insicurezze permette di chiedere aiuto, confrontarsi e costruire nuove competenze. La paura non scompare, ma può trasformarsi in attenzione, responsabilità, empatia e desiderio di migliorare. Ed è proprio nella condivisione che spesso nasce la risorsa più importante: la consapevolezza che non dobbiamo affrontare tutto da soli e che la forza di un’équipe risiede anche nella possibilità di crescere insieme.

Francesca Cavallini

cavallini

Francesca Cavallini, psicologa, dottore di ricerca, fondatrice di Tice e donna neurodivergente racconta in questo blog come la psicologia e le scienze sociali abbiano cambiato il modo di considerare le persone neurodivergenti e fornirà alcuni spunti importanti nella relazione con persone neurodiverse. 

If you have any questions you can write to francesca.cavallini@centrotice.it