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La psicoterapia è proprio per tutti?

La psicoterapia è davvero uno spazio sicuro per tutti?

La psicoterapia è spesso vista come uno spazio sicuro, dove le persone possono sentirsi ascoltate, comprese e aiutate, o almeno, teoricamente dovrebbe esserlo, ma nella pratica è davvero così per tutti?

Uno studio che dà voce a chi non viene ascoltato

Uno studio di Kristin J. Conner e colleghi del 2023, ha deciso di fare una cosa semplice ma estremamente potente: hanno chiesto direttamente alle persone con disabilità fisica come fossa stata la loro esperienza in terapia.
I ricercatori hanno intervistato 24 adulti con disabilità fisica, raccogliendo racconti reali di esperienze in psicoterapia.

Esperienze vissute ed è proprio questo il punto forte dello studio: far emergere cosa funziona davvero e cosa no.

Cosa dicono i risultati raccolti?

Molti partecipanti raccontano esperienze positive in quanto la psicoterapia li ha aiutati a:

  • accettare la propria condizione
  • sentirsi meno soli
  • affrontare il giudizio degli altri
  • sviluppare più sicurezza e autostima

Questo accade quando il terapeuta è empatico, aperto e disposto ad ascoltare davvero, in questo modo la terapia diventa uno spazio in cui finalmente ci si sente visti e capiti.

Ma non sempre funziona così. Altre persone hanno infatti raccontano esperienze più negative perchè hanno conosciuto psicologi che invece: 

  • evitavano completamente il tema della disabilità
  • minimizzavano il dolore o le difficoltà
  • non credevano fino in fondo a ciò che racconta il paziente
  • interpretavano i sintomi fisici come “solo psicologici”

In questo caso, il problema non è solo tecnico, ma epistemologico, perchè riguarda il modo in cui viene considerata la conoscenza dell’altro.
Quando l’esperienza diretta della persona, viene continuamente reinterpretata dall’esterno, è inevitabile che si crei un forte squilibrio, poiché il sapere clinico prende il sopravvento sul sapere vissuto dell’altro.
E questo ha delle conseguenze precise: la persona non si sente più soggetto della propria esperienza, ma oggetto di lettura.

Quando la terapia fa male invece di aiutare

Inoltre, alcuni partecipanti raccontano che queste esperienze più negative hanno portato a:

  • sentirsi non creduti
  • provare più vergogna
  • perdere fiducia nella terapia
  • peggiorare il proprio stato emotivo

Questo ci fa capire che la terapia non è automaticamente uno spazio sicuro per tutti, ma lo diventa solo se il professionista è preparato e consapevole.

Il problema invisibile: l’accesso

A tutto questo bisogna aggiungere anche il tema dell’accessibilità degli spazi. Non si tratta solo di qualità della terapia, ma anche di accesso, molte persone incontrano ostacoli come:

  • studi non accessibili
  • costi troppo alti
  • difficoltà negli spostamenti
  • pochi terapeuti disponibili

Quindi molto spesso il problema è doppio, a volte è difficile entrare in terapia e quando ci entri non sempre funziona.

Cosa chiedono davvero le persone con disabilità

Le richieste dei partecipanti allo studio citato sono molto chiare e molto semplici:

  • essere creduti
  • essere ascoltati senza giudizio
  • parlare anche della disabilità, non evitarla
  • avere terapeuti che si informano e soprattutto… formano!
  • trovare ambienti accessibili


In sintesi, essere trattati come persone, non come problemi da risolvere.

Un cambio di prospettiva: non “aggiustare”, ma comprendere

Lo studio propone un approccio chiamato disability-affirmative therapy; molto semplicemente significa non vedere la disabilità come qualcosa da eliminare, ma come una parte della vita della persona, che va compresa, rispettata e integrata nel percorso terapeutico.

È un cambio di prospettiva importante assolutamente necessario; il punto chiave è che la psicoterapia può essere uno strumento potentissimo, ma solo se è davvero inclusiva, altrimenti rischia di diventare un ennesimo luogo in cui le persone con disabilità non si sentono viste, ascoltate e riconosciute in quanto persone.

Francesca Arena

La psicoterapia è proprio per tutti? - Centro Tice

Mi chiamo Francesca Arena.
Ho conseguito la laurea triennale presso l’Università di Pisa in Scienze e Tecniche di Psicologia Clinica e della Salute. Attualmente frequento l’ultimo anno della laurea magistrale in Psicologia dell’Intervento Clinico e Sociale presso l’Università di Parma.

Sono in sedia a rotelle e proprio questa mia esperienza personale mi ha portata a scegliere questo percorso di studi. Il mio obiettivo è dare voce, rappresentanza e advocacy alle psicologhe e agli psicologi con disabilità motorie, affinché possano avere maggiore riconoscimento, accessibilità e pari opportunità all’interno della professione.