Mi chiamo Francesca e recentemente mi è capitato di vivere una situazione che mi ha fatto riflettere sul tema delle microaggressioni in ambito universitario.
Dopo un esame, la docente ha iniziato a farmi molti complimenti, ripetendomi più volte frasi come: «Sei stata brava!», «Bravissima!», «Complimenti!». Apparentemente erano parole positive, e un complimento dopo un esame può certamente fare piacere. Tuttavia, in quel momento, il modo in cui quelle frasi venivano dette, con un’enfasi quasi eccessiva, mi ha fatto sentire non tanto riconosciuta per la mia preparazione, quanto osservata e valutata attraverso la mia disabilità.
Ho percepito una forma sottile di infantilizzazione: come se il fatto di aver sostenuto un esame fosse qualcosa di sorprendente non perché avevo studiato, mi ero impegnata e avevo dimostrato competenza, ma perché sono una persona in sedia a rotelle. Questo è uno degli aspetti più complessi delle microaggressioni: spesso non nascono da cattive intenzioni. Possono presentarsi come complimenti, incoraggiamenti o gesti di gentilezza. Eppure, l’effetto può essere quello di far sentire la persona ridotta alla propria condizione, invece che riconosciuta nella sua interezza.
Il problema, quindi, non è ricevere un complimento. Il problema è quando quel complimento sembra contenere una sorpresa implicita, come se non ci si aspettasse che una persona con disabilità potesse affrontare con competenza una prova universitaria. In ambito universitario, ogni studentessa e ogni studente dovrebbe essere riconosciuto per il proprio percorso, per lo studio, per l’impegno e per le competenze dimostrate. Quando invece il riconoscimento sembra spostarsi dal piano della preparazione a quello della disabilità, si crea una forma sottile di disuguaglianza.
Parlare di questi episodi non significa accusare singole persone o negare la buona fede di chi pronuncia certe frasi. Significa, piuttosto, rendere visibili quei meccanismi culturali che possono trasformare anche parole apparentemente gentili in esperienze di disagio. Essere apprezzata per un risultato universitario è importante, ma quel riconoscimento dovrebbe riguardare ciò che ho fatto: lo studio, la preparazione, la competenza e l’impegno. Non dovrebbe nascere dalla sorpresa che una persona in sedia a rotelle possa raggiungere quel risultato.
La disabilità fa parte della mia esperienza, ma non può diventare l’unica lente attraverso cui leggere ogni mio traguardo. Voglio essere riconosciuta come persona, come studentessa, come professionista in formazione, non come un’eccezione o una sorpresa, né come qualcuno da incoraggiare in modo eccessivo perché “nonostante tutto” ce l’ha fatta. Un complimento, per essere davvero inclusivo, dovrebbe riconoscere la competenza di una persona, non stupirsi del fatto che sia riuscita a dimostrarla.
Francesca Arena
Mi chiamo Francesca Arena.
Ho conseguito la laurea triennale presso l’Università di Pisa in Scienze e Tecniche di Psicologia Clinica e della Salute. Attualmente frequento l’ultimo anno della laurea magistrale in Psicologia dell’Intervento Clinico e Sociale presso l’Università di Parma.
Sono in sedia a rotelle e proprio questa mia esperienza personale mi ha portata a scegliere questo percorso di studi. Il mio obiettivo è dare voce, rappresentanza e advocacy alle psicologhe e agli psicologi con disabilità motorie, affinché possano avere maggiore riconoscimento, accessibilità e pari opportunità all’interno della professione.
